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In questa guida si analizzeranno i rudimenti della teoria del
colore in maniera da comprendere più approfonditamente come effettuare la
lavorazione per ottenere i migliori risultati.
Osservando uno schema dello spettro elettromagnetico, lascia stupiti il fatto
che di tutte le onde elettromagnetiche conosciute, dai raggi gamma fino alle
onde radio, solo una piccola porzione compresa tra i 400 ed i 700 nanometri
faccia parte dello spettro visibile all'occhio umano. Rispettivamente, 400 e 700 nm sono i limiti
per l’ultravioletto e per l’infrarosso; in questa piccola regione trovano posto
tutte le sfumature che colorano il mondo intorno a noi.
E’ ormai scientificamente provato che gli uccelli, ad esempio, sono in grado
di riconoscere anche parte dello spettro ultravioletto, per non parlare degli
insetti; provate immaginare, ad esempio, come un ape vede un tulipano!
A partire da tre colori Rosso, Verde, Blu è possibile generare
tutta la rimanente scala cromatica mescolando con le dovute percentuali questa
terna di riferimento. Si immagini di proiettare tre fasci luminosi monocromatici
rappresentanti i colori primari, sovrapponendoli, si otterrà una luce bianca,
apparentemente priva di ogni componente colore. In realtà in essa è contenuto
tutto lo spettro visibile. Questo tipo di sintesi viene detta Cromatica
Additiva RGB, mescolando due additivi primari (in questo caso rosso, verde o blu) si ottiene un colore secondario o
sottrattivo: ad esempio unendo il Rosso al Verde si otterrà il Giallo, il Rosso
al Blu restituirà il Magenta, il Blu al Verde invece il Ciano; a seconda della
percentuale di primario utilizzata si avranno secondari più o meno tendenti
dall’una o dall’altra parte. Si può anche pensare alla sintesi additiva come
risultato della luce bianca privata di una delle sue tre componenti: Bianco
senza Blu uguale Giallo e così via.
All’interno del cerchio cromatico i colori diametralmente opposti si dicono
Complementari, ad esempio il Magenta è il complementare del verde e viceversa,
il giallo il complementare del blu ed il ciano il complementare del rosso.
Perché è importante conoscere i colori complementari? Perché permettono di
passare dalla teoria alla pratica: ricordate la regoletta “Equilibrio e
cromatismo”, il giusto accostamento dei colori diventa un elemento compositivo
dell’immagine; una delle tecniche che permette di rafforzare il soggetto è il
contrasto, esistono molti modi per ottenerlo ed uno di questi è accostare tra
loro i colori complementari. Si osserva ogni volta che compare la luna
all’imbrunire: il suo giallo sullo sfondo del cielo blu spicca molto di più
delle foglie degli alberi che si stagliano sullo stesso cielo, od ancora il
verde acceso di un ramarro che si crogiola sul porfido rosso risalta con una
forza eccezionale rispetto ad un posatoio di grigio granito. Potete trovare
mille altri esempi in natura, imparate a riconoscerli ed otterrete foto dal
sicuro impatto visivo.
Un altro tipo di sintesi è quella Cromatica Sottrattiva: ora sono i
colori "complementari" (che vengono però definiti come primari
sottrattivi) che se uniti restituiscono il nero; è quello che succede
nella pittura e nella stampa dove la mescolanza di Giallo e Ciano
restituisce il Verde, Ciano e Magenta il Blu e Giallo e Magenta il
rosso. Comprendere queste modalità di interazione del colore diventa
molto utile soprattutto per chi fotografa in digitale, infatti il
fotografo non è più solamente artefice dello scatto ma anche del suo
sviluppo/elaborazione in camera chiara: il computer.
Modalità di gestione colore |
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Sono diverse le convenzioni utilizzate anche dai più noti software di
elaborazione di immagine, primo fra tutti Photoshop, che se utilizzate
consciamente permettono di ottenere in postproduzione dei risultati eccezionali.
La prima di queste convenzioni è la modalità di gestione del colore ovvero come
i colori di un immagine vengono descritti usando dei valori numerici. Elenchiamo
le principali ad uso fotografico:
1. RGB: Prende il nome dai colori primari della sintesi additiva Red,
Green e Blue basandosi proprio su questo principio; solitamente utilizza una
codifica ad 8 bit (come avviene nel formato jpeg) che significa che ogni colore
primario può assumere dei valori di luminanza che vanno da 0 a 255. Essendo la
sintesi additiva basata sul peso percentuale di ogni colore, la tripletta (Lred
, Lgreen, L blue) identifica uno ed un solo colore dello spazio associato, ad
esempio (0,0,0) codifica per il nero, (128,128,128) per il grigio neutro e
(255,255,255) per il bianco. E’ il sistema più utilizzato in fotografia
digitale. Nel caso la codifica avvenga a 16 bit (come nel formato tiff) il
numero di sfumature colore aumenta enormemente fino a raggiungere un estensione
che va da 0 a 65535.
2. CMYK: è basata sulla sintesi cromatica sottrattiva ed utilizza
quattro componenti colore primarie: Ciano, Magenta,Giallo (y) e Nero (k); è nato
per ottenere i migliori risultati di stampa in quanto deve simulare il
comportamento dei pigmenti, che essendo riflettenti, sottraggono colore alla
luce. Si usa raramente in fotografia se non per applicazioni prettamente
specifiche, teoricamente tutte le stampanti a getto di inchiostro effettuano
questo tipo di codifica ma al loro interno viene fatta una conversione da RGB a
CMYK. Alcuni svantaggi di questa modalità di gestione del colore sono le grosse
dimensioni dei file, il numero ridotto di colori rispetto ai comuni spazi colore
disponibili per RGB, inoltre determinati filtri non funzionano in questa
modalità.

CIE-LAB
3. CIE-LAB: viene detto anche Lab poiché separa le componenti di
luminanza L da quelle di crominanza a e b; come nell’RGB le componenti che
comunque descrivono l’immagine sono tre, si può schematizzare la loro relazione
in maniera grafica in cui l’asse verticale rappresenta il valore di luminanza,
mentre l’asse orizzontale a raccoglie il colore dal rosso al verde mentre l’asse
orizzontale b raccoglie il colore dal blu al giallo.
4. SCALA DI GRIGIO: lavorando in questa modalità si produce un bianco
e nero che, altro non è che un immagine in scala di 256 valori di grigio.
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Gli spazi colore |
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Associati alle modalità di gestione del colore vi sono gli spazi colore, questi
rappresentano l’insieme dei colori realmente registrabili/riproducibili da un
dispositivo, sia esso una fotocamera, un monitor, uno scanner o una stampante.
Ogni dispositivo ha il proprio spazio colore ed anche identici modelli della
stessa marca possiedono delle differenze più o meno marcate tra loro dovute alla
vecchiaia, condizioni operative, specificità hardware ecc. Da questa
considerazione consegue il fatto che diversi dispositivi comunicanti tra loro
devono essere calibrati per poter conservare durante tutto il processo che va
dall’acquisizione alla stampa, la stessa rappresentazione dell’immagine, in
particolare dei colori.
Per questo motivo Adobe, Kodak, Apple e l’International Color Consortium (ICC)
hanno definito degli spazi colore reali e virtuali da utilizzare come standard
di comunicazione. La gestione del colore è una delle difficoltà maggiori nel
processo di produzione di immagini digitali, per questo i profili ICC aiutano a
trasferire la riproducibilità da un dispositivo ad un altro.
Facciamo un esempio, la vostra fotocamera digitale registra i colori
attraverso un determinato spazio colore, trasferite l’immagine acquisita sul
computer e la visualizzate a schermo attraverso lo spazio colore di
quest’ultimo, non vedrete i reali colori registrati ma quelli che il monitor è
capace di riprodurre per voi; sulla base di quest’ultimi ottimizzate la foto
preparandola per la stampa, a sua volta la stampante od il laboratorio
interpreteranno attraverso i propri spazi colore. Il risultato è una stampa che
non corrisponde alla realtà dello scatto né, tanto meno, a quello che vedete
visualizzato a schermo. Lo stesso problema si ripropone anche quando la foto
rimane in formato digitale e chiedete ad amici o collaboratori di visionarla
magari sul web. Se questo processo non viene risolto riuscirete solo a produrre
belle foto sul vostro pc, ma d’altra parte un fotografo vuole raccontare e
trasmettere ciò che ha impressionato e vuole farlo al meglio.
Il profilo ICC descrive le caratteristiche colore di un determinato
dispositivo, ecco perché è importante profilare il proprio monitor oppure
scegliere il profilo ICC specifico per una determinata stampante che utilizza
determinati inchiostri su di una determinata tipologia di carta. Ogni metodo
colore può utilizzare diversi profili colore virtuali che vanno dal meno preciso
al più ampio e ricco di sfumature, per il metodo RGB ad esempio la progressione
dei profili dal più povero al più ricco è: sRGB, AppleRGB, Adobe RGB 1998,
ProPhotoRGB ed altri ancora. Nello specifico:
1. sRGB: è utilizzato in particolar modo per definire lo spazio colore
dei monitor, è calcolato come la media dell’estensione dei diversi tipi di
monitor; molte fotocamere utilizzano questo profilo come impostazione di
fabbrica, può andare bene per presentare le foto in rete ma in realtà non
sfrutta tutto lo spazio colore che la fotocamera è in grado di acquisire. Nelle
immagini qui sotto l'abbiamo preso come campione da confrontare con gli altri
spazi colore.
2. Adobe RGB 1998: è il più diffuso ed utilizzato, è più ampio del
precedente ed offre ottimi risultati.
3. Apple RGB: studiato da Macintosh è più ampio di sRGB ma minore
rispetto Adobe 98.
4. ProPhotoRGB: è uno spazio colore molto ampio studiato da Kodak che può
essere utilizzato solamente con una codifica a 16 bit.
5. ECI-RGB: è un profilo specifico studiato dall’ente europeo per
rappresentare tutti gli spazi colori delle stampanti a getto d’inchiostro più
qualche tonalità del verde che non appare nei profili sRGB ed RGB.
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Gli spazi colore - seconda parte |
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Sulla base di queste considerazioni sarebbe bene impostare i parametri della
fotocamera in maniera da utilizzare lo spazio RGB, una volta importate sul
computer le foto potrebbero deludere perché meno brillanti di quello che si
ottiene con sRGB, non bisogna lasciarsi scoraggiare, basteranno infatti alcuni
passi di postproduzione per sfruttare tutte le sfumature che riserva questo
spazio.
Per quanto riguarda il computer, la prima operazione da effettuare sarà
quella di profilare il monitor: la calibrazione del proprio schermo andrebbe
ripetuta almeno una volta al mese per assicurarsi una corretta visualizzazione
dei colori. Sia che si utilizzi uno schermo CRT oppure LCD il sistema più sicuro
è quello di affidarsi all’aiuto di un colorimetro: questo piccolo strumento
permette di leggere i fosfori dello schermo, dopo averli confrontati con una
libreria standard unificata a livello internazionale, e calibrarli tramite un
software dedicato, il quale restituisce in uscita il nuovo profilo ICC specifico
per il nostro monitor. Questa operazione prende il nome di hard proofing, poiché
effettuato direttamente sul dispositivo hardware. Il costo di uno
spettrofotometro si aggira intorno ai 100 euro per il modello più semplice, fino
ad arrivare a cifre consistenti per i modelli più evoluti.
Siccome non tutti hanno a disposizione, o possono permettersi, questo
simpatico oggetto, esiste una soluzione software disponibile direttamente nel
pannello di controllo di Windows, oppure caricando Adobe Gamma Loader od ancora,
integrato nel sistema Mac (quest’ultimo è più preciso dei fratelli per pc); in
questo caso la profilatura viene detta soft proofing poiché simulata dal sistema
software, la calibrazione sarà soggettiva poiché determinata da come l’operatore
valuta la resa cromatica. In entrambi i casi è bene aspettare una trentina di
minuti prima di effettuare la calibrazione in maniera da far scaldare ed
assestare il dispositivo.

Gestione dei colori in Windows Vista
Quello che succede nel momento in cui viene importata una foto dalla
fotocamera al computer è uno scontro tra gli spazi colore, lo spazio di lavoro
della fotocamera viene convertito in quello del monitor. I due spazi colore non
sono identici e nasce il problema di come trattare i colori non corrispondenti,
devono essere rimossi? Sostituiti? Modificati in una qualche maniera?
L’ICC ha studiato quattro sistemi di conversione che prendono il nome di
intenti:
• Intento percettivo: se l’estensione dello spazio sorgente è più ampia
di quella di destinazione, tutti i colori dello spazio sorgente vengono
compressi in maniera da rientrare in quello di destinazione; se al contrario lo
spazio sorgente è più piccolo di quello di destinazione, i colori vengono
trasferiti uno ad uno mantenendo il loro reale valore. Passando da uno spazio
più ampio ad uno più piccolo i colori diventano più saturi e brillanti ma la
distanza colorimetrica tra uno e l’altro rimane costante.
• Intento colorimetrico relativo: in questo caso se lo spazio di
origine è più ampio di quello di destinazione, i colori non presenti verranno
sostituiti con quelli dello spazio di destinazione che meglio li approssimano.
Questo comporta che diversi colori potrebbero essere approssimati nella stessa
maniera con la relativa perdita di sfumature dell’originale. Aspetto ancora più
importante è che il punto di bianco della sorgente viene mappato rispetto a
quello della destinazione in maniera da adattare tutti i rimanenti colori. Per
un fotografo è utile quando il gamut (ovvero la gamma cromatica dei colori
dei due spazi) dei due spazi è simile, questo sistema viene applicato
automaticamente per convertire le immagini a schermo se non è specificato un
altro metodo.
• Intento colorimetrico assoluto: è simile al colorimetrico relativo,
tutto ciò che corrisponde viene mappato allo stesso modo mentre i colori della
sorgente non presenti nella destinazione sono approssimati ai valori di bordo.
Questo sistema è utile quando si vuole simulare il comportamento di un
dispositivo: ad esempio quando si vuole simulare a monitor il risultato in
stampa, verrà riprodotto il punto di bianco della carta.
• Intento di saturazione: non ha utilità per il fotografo.
Il primo intento sarà quello che useremo maggiormente, viene anche detto intento
fotografico.
Postproduzione - I fondamenti |
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Photoshop è uno dei software più conosciuti per che permette elaborazioni
digitali di immagine ed è anche quello che ha una gestione approfondita delle
impostazioni colore. Gli esempi che seguiranno si baseranno appunto
sull’utilizzo di tale programma: dal menù a tendina si selezioni – Modifica –
Impostazioni Colore.
Attraverso l’interfaccia si può selezionare lo spazio di lavoro all’interno
del quale verranno trattate le immagini. Quello che interessa maggiormente il
fotografo è lo spazio RGB che verrà scelto come Adobe RGB 1998; le finestre
relative alla selezione dello modo CMYK le lascerete preimpostate poiché non
serviranno a meno di esigenze personali. E’ bene che il programma vi avvisi nel
caso riscontri un profilo colore non corrispondente a quello dello spazio di
lavoro, selezionate dunque le caselle di spunta che si trovano in basso nel
riquadro riguardante i criteri di gestione del colore. Per quanto riguarda le
opzioni di conversione potete scegliere di utilizzare il metodo colorimetrico
relativo (consigliato) oppure quello percettivo nel caso la vostra filiera di
stampa sia testata positivamente. A questo punto tutto è pronto per elaborare al
meglio le vostre foto.
In precedenza si era parlato di come il formato Raw sia il miglior formato
immagine da utilizzare in fotografia, percorriamo assieme il sentiero che, dallo
scatto alla stampa, tocca i principali processi di elaborazione utilizzati
frequentemente nel trattare la fotografia digitale. Un’osservazione da fare
prima di iniziare è riferita ai software di fotoritocco: parlando di color
management si è utilizzato come esempio Photoshop per via della sua completezza,
è anche vero che un programma del genere ha delle funzionalità che il fotografo
non utilizzerà mai. La spesa per l’acquisto è decisamente consistente ed a meno
di essere professionisti ci sentiamo di dire in tutta franchezza che non è
necessario utilizzare per forza questo programma. I fratelli open source come
Gimp sono altrettanto completi, oppure il fratello minore Photoshop Elements ha
già tutto quel che serve anche per il fotoamatore evoluto ad un prezzo più che
abbordabile.
Torniamo quindi alla fase iniziale di tutto il processo: la fotocamera.
Impostate lo spazio colore su Adobe RGB 1998 ed il formato file su Raw. Le
potenzialità del file raw sono tante e prima fra tutte il fatto che, molte
volte, permette di portare a casa uno scatto mal esposto salvato in post
produzione: questo non deve, in ogni caso, essere la scusa per non porre
attenzione all’esposizione, una bella foto inizia nel momento in cui avete
ragionato lo scatto ed impostato correttamente tempi e diaframma. Evitate luci
ed ombre bruciate, utilizzate la minima sensibilità compatibile con i tempi di
scatto di sicurezza e verificate la correttezza del bilanciamento del bianco.

Plugin Adobe CameraRAW
Nel momento in cui il file viene importato sul computer, è necessario un
software di conversione raw per poterlo visualizzare e modificare: ogni casa
madre fornisce dei programmi specifici oppure si può optare per dei sistemi in
grado di gestire diversi file nativi allo stesso tempo come Camera Raw®,
Lightroom®, Aperture®, ecc.

Adobe Lightroom
Proseguiamo utilizzando Adobe Lightroom come esempio: ponete attenzione al
fatto che le operazioni da effettuare sul file raw sono essenzialmente sempre le
stesse; inoltre sarebbe bene fare la maggior parte della post produzione sul
negativo digitale piuttosto che sul positivo jpeg poiché il risultato sarà meno
degradante guadagnando in qualità di immagine. Un altro aspetto molto importante
è che tutte le modifiche effettuate, interessano l’intera immagine, non è
possibile lavorare su delle selezioni a meno di usare software specifici come
Lightzone®.
Postproduzione - Dal negativo digitale al JPEG |
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Fatte queste premesse eseguiamo ora gli step principali che porteranno alla
conversione dell’immagine in jpeg.
1. Bilanciamento del bianco: per ottenere la corretta mappatura dei
colori la fotocamera elabora all’interno della scena le diverse dominanti
cromatiche, individua un punto di bianco o grigio neutro e riassegna i valori
numerici dei diversi colori. Capita a volte che il software del nostro amato
scatolotto digitale non esegua al meglio questa operazione introducendo nella
foto dominanti cromatiche indesiderate. Scattando in raw si ha la possibilità di
mappare nuovamente lo spazio colore per ottenere il giusto bilanciamento
cromatico oppure per scaldare o raffreddare volutamente la scena.
La seguente immagine di Crocus è stata ripresa nel tardo pomeriggio con il
sole velato dalle nubi, si è volutamente sottoesposto per ottenere un maggior
contrasto della poca luce che colpisce i petali oramai chiusi; d’altra parte
questo ha scurito l’intera immagine e la dominante colore è leggermente fredda.

Il file raw come viene letto alla sua apertura
La prima operazione da effettuare è quella di scaldare l’immagine modificando
il bilanciamento del bianco, in questo caso i valori standard non sono
soddisfacenti e si è fatta una regolazione di fino agendo sulla temperatura
colore e sulla tinta.
2. Livelli: ora è possibile agire sui livelli, si vuole schiarire
l’immagine eliminando la coda vuota a destra (attraverso exposure) e riempire
parte delle ombre troppo chiuse (attraverso fill light). Notate che anche il
bilanciamento del bianco ha avuto bisogno di un ulteriore ritocco.
3. Contrasto: schiarendo l’immagine viene perso parte del contrasto
che al contrario si vuole conservare, si può agire in due maniere, attraverso il
comando contrasto oppure attraverso lo strumento curve per una regolazione più
precisa. In realtà il primo comando agisce comunque sulle curve ma in maniera
automatica.
4. Saturazione: l’ultimo passo è quello di rendere brillante la foto;
per farlo aumentiamo la saturazione dell’intera scena (attraverso saturazione)
ed in particolar modo quella dei pixel meno saturi in assoluto (attraverso
vibrance). Il mio consiglio è di non esagerare poiché si rischia di superare la
gamma colore del file in jpeg e di perdere sfumature in fase di stampa.
Un passo fondamentale che non è stato eseguito su questa immagine poiché non
necessario è quello di tagliarla in maniera opportuna, sarebbe bene effettuarlo
a monte delle suddette operazioni.
Sia in Lightroom come in molti altri software si dispongono di decine di
altre funzioni quali il bilanciamento selettivo dei canali colore, la
mascheratura di contrasto, la riduzione del rumore, la correzione prospettica
oppure la correzione delle aberrazioni dell’obiettivo. Non le tratteremo in
questa sede poiché sarebbero un analisi già approfondita della gestione raw che
cambia da software a software, in generale tenete a mente due precauzioni,
entrambe riguardano la nitidezza di immagine: evitate di utilizzare la
mascheratura di contrasto e la riduzione del rumore in raw, lavorate sul file
jpeg al termine della filiera di postproduzione a seconda delle necessità di
stampa.
Mettiamo a confronto il file iniziale ed il file finale:
Il file è pronto per essere esportato nel formato che si preferisce
(solitamente jpeg o Tiff), una risoluzione di 300 dpi è più che sufficiente per
ottenere ottime stampe.
In molti casi se curate a dovere l’inquadratura il successivo passaggio di
fotoritocco del file jpeg può essere evitato, certo non tutti i generi
fotografici lo permettono, un ritratto ad esempio richiede molto lavoro di
postproduzione che non è pensabile fermare alla conversione raw. Ma non
preoccupatevi avremo modo di approfondire alcuni trucchi di Photoshop nelle
prossime uscite.
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